Saul Leiter 2.0
Cosa succede quando ci viene affidato l’allestimento di una stessa mostra in uno spazio radicalmente diverso dal precedente?
Nell’esposizione dedicata a Saul Leiter, il passaggio dal sottotetto irregolare del Belvedere della Villa Reale di Monza alle sale affrescate di Palazzo Pallavicini non è stato una semplice trasposizione: abbiamo dovuto abbandonare certe idee su cui avevamo lavorato e a cui ci eravamo affezionati, per intraprendere nuove strade, perché lo spazio non è mai un semplice contenitore ma è qualcosa che suggerisce nuove possibilità narrative e bisogna saperlo osservare, coglierne i dettagli e in qualche modo anche accoglierne i vincoli che obbligano a ripensare tutto da capo, come se fosse una nuova mostra.
Bisogna cambiare sguardo e lasciarsi cambiare. E non è cosa immediata.
Se nel Belvedere di Monza, una fotografia dialogava perfettamente con una trave o con una finestra e l’allestimento viveva di un carattere quasi industriale e spoglio, tra il legno delle capriate e la luce spiovente dei lucernari, a Palazzo Pallavicini, nel cuore di Bologna, l’atmosfera è molto diversa, con le grandi sale affrescate dalle proporzioni barocche, con quei soffitti altissimi che sembrano voler dominare l’occhio.
Cosa fare dunque? Di fronte all’impossibilità di replicare i light box o le strutture precedenti a causa dei nuovi vincoli architettonici, abbiamo scelto di non imporre un progetto preconfezionato e di lasciarci guidare dalle stanze. A Bologna non abbiamo potuto toccare nulla; ogni parete affrescata è un tesoro da tutelare. Abbiamo quindi inserito delle strutture espositive autoportanti che fungono da filtri, quasi dei diaframmi che permettono alle opere di Saul Leiter di abitare il palazzo senza intaccarne la struttura originale.
Questo cambio di prospettiva ha trasformato radicalmente anche l’esperienza del visitatore. Se a Monza il percorso era ampio e arioso, a Bologna la planimetria impone una sequenza di stanze che abbiamo ulteriormente frammentato. Nel salone d’ingresso, ad esempio, creando uno spazio filtro, di accoglienza: non si entra subito nel mondo di Leiter, ma si attraversa un ambiente che ospita il bookshop e un’area per i bambini, dominato dalle immagini dello studio dell’artista. Solo successivamente si entra nel cuore della mostra, accolti dal suono dell’acqua che scorre in sincronia con una gigantografia di una strada newyorkese, per dare quell’emozione a chi entra di sentire quasi il ticchettio della pioggia e l’odore dell’asfalto bagnato.
La sorpresa più grande è stata scoprire come la diversa scala degli ambienti abbia dato nuova forza ad alcuni pezzi. In uno spazio raccolto, che a Monza non avevamo, una sorta di cappellina interna, abbiamo collocato il video-intervista dell’artista: lì il racconto di Leiter assume una carica emotiva fortissima, quasi sacrale, che nel grande spazio del Belvedere si disperdeva. Allo stesso modo, nella sezione dedicata alla moda, la vicinanza fisica tra le fotografie originali e le pagine della rivista Life, nelle quali sono state pubblicate, esposte nelle vetrine sottostanti permette un confronto immediato, un’indagine sulla materia stessa del suo lavoro.
L’allestimento è diventato un percorso “a ostacoli” voluto, dove le strutture evocano quelle inquadrature rubate, fatte di riflessi e filtri, che sono l’anima della fotografia di Leiter. Ci si muove senza fretta tra le sale scoprendo le opere, intravedendo scorci di gigantografie attraverso i tagli delle strutture, in un gioco di rimandi continui con lo splendore delle sale bolognesi. Alla fine, quello che è nato come un vincolo tecnico ossia la necessità di non toccare i muri e di ridisegnare i flussi, è diventato un’opportunità: la mostra non è più quella di Monza, è qualcosa di nuovo che ha una sua impronta, unica e diversa dalla precedente.
Simona Cantoni





