Sandokan, Sandokan

Immaginare di trovarsi, varcando una soglia, in luoghi esotici, lontanissimi da noi, e mentre fuori scorre la vita cittadina, non pensare più a niente ed entrare in un romanzo di avventura. Questa è la sensazione che si prova dentro la mostra allestita fino a giugno negli storici saloni dell’Orangerie della Villa Reale di Monza.

“La Tigre sta per arrivare…”: così, all’improvviso, sono state tappezzate le strade di Verona in un lontano ottobre del 1883. La Nuova Arena conferma la notizia: una tigre è fuggita da un circo nelle vicinanze. Per qualche giorno la città trattiene il respiro, finché la paura si scioglie rivelando il gioco; la Tigre è Sandokan, il pirata della Malesia, protagonista del romanzo di Emilio Salgari che il quotidiano pubblicherà a puntate tra il 1883 e il 1884.
E della tigre, in fondo, si sente davvero il ruggito anche qui: il rumore tra le foglie, il suono della natura che all’inizio distingui e poi diventa un tutt’uno con le cose esposte. Non te ne accorgi più, ed è come se camminassi dentro una fitta vegetazione, popolata dai suoi abitanti. Si torna un po’ ragazzi, con quel senso di avventura che pervade ogni oggetto: dall’abbigliamento dei protagonisti, utilizzato nel famoso sceneggiato degli anni Settanta, ai materiali dei guerrieri, mantelli piumati, coltellacci, cerbottane dai dardi avvelanti, reperti rari e anche un po’ terrificanti.

L’inizio del percorso è un incontro con i personaggi principali: che si sia amato o meno, la Tigre di Mompracem fa ormai parte del nostro immaginario. Ce ne accorgiamo nelle numerose illustrazioni, nelle copertine dei libri, nei fumetti, nelle locandine, nei giochi di società: quanto dobbiamo, nei nostri ricordi, a quella sensazione di esotico e misterioso raccontato da Salgari?

Su piccoli schermi televisivi scorrono le puntate dello sceneggiato, in un continuo rimando tra ciò che abbiamo davanti, abiti, strumenti, accessori, e ciò che abbiamo visto, da spettatori, sui divani di casa, quando l’avventura era tutta lì.

Al posto di semplici teche, il percorso è scandito da armadi e vetrine d’epoca che valorizzano i preziosi reperti e creano un suggestivo rimando con l’atmosfera dell’epoca. Parte di questi reperti proviene da una collezione donata da Sir Charles Brooke, discendente diretto del leggendario James Brooke, a Umberto I di Savoia, creando un ulteriore, sottile legame storico con il luogo che oggi li accoglie, la Villa Reale, già residenza sabauda.

Tende leggere lasciano intravedere ciò che attende oltre, accompagnando il passo: sembra di salire sul pontile di una nave. All’improvviso ci si ritrova immersi nell’elemento che più di ogni altro sa di avventura, avvistamenti, timore, forza, conquista: il mare. Mappe, modellini di imbarcazioni, giochi di luce che riflettono il blu dell’acqua, il grande vascello utilizzato per lo sceneggiato, tutto concorre a restituire l’idea della navigazione, di rotte tracciate in mari ben più insidiosi dell’Adriatico, l’unico che Salgari abbia davvero conosciuto.
Il confine tra realtà e finzione è esile e, quando ci si trova davanti allo studiolo dello scrittore, che si può spiare da una finestra con la stessa curiosità che si ha per le case degli altri, o tra i suoi libri, nel reparto dedicato agli studi, alla formazione, alle sue letture, ci si dimentica quasi che tutto il resto è frutto di una fervida immaginazione al servizio dei lettori. Il confine si assottiglia. Ed è bello che sia così. Ci si potrebbe sedere in poltrona, sotto una luce calda con la voglia di fermarsi a leggere, come se fossimo ospiti in casa sua.

Uno spazio scenografico tutto per sé lo occupa la fedele ricostruzione della capanna di Sandokan, così come Salgari l’aveva minuziosamente descritta. Tutto prende forma all’interno di un luogo già di per sé suggestivo: la Rotonda dell’Orangerie, che con la sua forma semicircolare e gli affreschi rompe lo spazio lasciando ancora più rilievo alla capanna, proprio nel contrasto con ciò che la circonda.

Numerose sono le copertine di illustratori, le riproduzioni dai fumetti, delle edizioni che si sono susseguite negli anni, un bel colpo d’occhio negli scaffali di una vetrina, che ricordano la fortuna che Salgari ha avuto e continua ad avere. Si arriva poi allo spazio dedicato alle locandine cinematografiche e dello sceneggiato: le classiche seggiole da cinema segnano il passaggio e fanno capire subito dove ci si trova, l’epopea cinematografica viene raccontata attraverso i manifesti, dagli anni 40 ai giorni nostri. Attraversando i vari ambienti della mostra, quello che non ci lascia mai è l’immersione nei suoni e nel verde dei sagomati che richiamano la vegetazione, e viene da pensare che sia un po’ la stessa cosa di quando da ragazzi ci immergevamo in una lettura profonda dei suoi romanzi d’avventura, e ci pareva di sentire il suono dei tamburi, dei corni, dei riti di guerra, degli animali esotici che ci facevano tremare ma anche incantare. Allora, con Gianburrasca, verrebbe da dire: “Questa è vita! Queste sono avventure! E questi sono uomini! Che scrittore, quel Salgari!”

Simona Cantoni