Allestire Mengaroni

Ai Musei Civici di Palazzo Mosca, la mostra “Ferruccio Mengaroni (1875-1925). Il genio della ceramica” racconta uno dei grandi protagonisti della maiolica pesarese in occasione dei 150 anni dalla nascita e dei 100 dalla morte dell’artista.

Per questo importante appuntamento, l’allestimento ha interessato i nuovi spazi appena ristrutturati nel mezzanino del Palazzo: ambienti destinati a diventare parte integrante del Museo, accogliendo in futuro una mostra sul collezionismo del ‘900 e la sezione permanente sulla ceramica.
Il progetto ha dovuto tener conto perciò di una visione lungimirante, che rispondesse alle esigenze della mostra attuale, con un occhio rivolto al futuro: i supporti, le teche e le strutture autoportanti avrebbero dovuto essere utilizzati in modo aperto e flessibile per le esposizioni a venire.
Il percorso espositivo si snoda in undici sezioni che raccontano Mengaroni come interprete innovativo della tradizione rinascimentale, grande sperimentatore e con una straordinaria tecnica artistica, tra riflessi metallici e decorazioni raffinate. Accanto alle maioliche, l’esposizione mette in luce anche il lato più moderno dell’artista: cataloghi storici, spille-ciondolo, cartoline pubblicitarie che lui stesso progettava negli anni Venti, elementi classici come il leone degli Sforza rivisitato e divenuto un vero e proprio marchio d’identità.

Nel progettare, si è rifuggita la classica distribuzione perimetrale, per evitare una lunga successione di ceramiche tipico di certi musei tradizionali. Lo spazio è stato invece mosso attraverso, ad esempio, teche ad angolo, dove le opere poggiano su gradini di diverse altezze e colori tra tonalità terra bruciata e blu che si alternano su sfondi beige, attingendo direttamente dalla tavolozza dell’artista (una curiosità a questo proposito? I gradini sono stati pensati prima di scoprire, sfogliando un vecchio catalogo, che Mengaroni stesso amava disporre i suoi lavori in quel modo!)

Anche i teli di testo riportano in filigrana dettagli dei motivi decorativi come un fil rouge sottile che lascia la parola all’opera, doverosamente protagonista.
Alcune isole tematiche, come quella dedicata al fantasioso bestiario di Mengaroni, sono state progettate per permettere al visitatore di girare attorno alle figure fantastiche e osservarne i dettagli da ogni lato, con l’aiuto poi di alcuni specchi posizionati in modo strategico, si riesce a cogliere il tuttotondo dell’opera (come nel vaso con il motto “Chi vive oprando bene non muore mai”). Ogni stanza è arricchita da gigantografie ricavate da materiali storici, che riportano in vita l’antica fabbrica di ceramica, lo stesso artista mentre modella la celebre testa di San Giovanni Battista, o una figura di torniante al lavoro, e che fanno respirare l’aria di quel tempo: ci si immagina la vita, il lavoro delle mani di un artigianato sapiente.

C’è un racconto legato alla figura di questo artista pesarese che non si può tralasciare, anche se riguarda il momento tragico della sua morte. Ha qualcosa di epico e di simbolico insieme. Quando alla Biennale di Arte Decorativa, alla Villa Reale di Monza nel 1925, arriva la Medusa, opera monumentale di dodici quintali trasportata dentro una pesante cassa di legno, Ferruccio Mengaroni, nel tentativo di salvarla da un oscillamento che rischiava di farla cadere, muore schiacciato contro la balaustra dalla sua stessa opera: ispirata alla Medusa del Caravaggio, ma con i tratti del volto dell’artista, quasi come un ultimo autoritratto.
Il tondo in maiolica policroma ora accoglie i visitatori all’ingresso dei Musei Civici, con quello sguardo pietrificante ma forse anche un po’ ribelle che Mengaroni sembra abbia avuto fin dalla gioventù, come quando, si racconta, venne espulso da tutte le scuole del Regno per aver gettato addosso ad un insegnante un calamaio.

Simona Cantoni